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19.9.11

Ricordanze - La carezza della sera


Lei mi chiamò con quella sua voce flebile e sottile dal letto della nonna sul quale doveva dormire.
Si sentiva sola nonostante avesse la compagnia dei suoi peluche preferiti e del mio cuscino che portava sempre con sé. Aveva bisogno di qualcuno accanto che vegliasse su di lei prima di addormentarsi. La consapevolezza di essere amati nel momento in cui ci abbandoniamo all'ignoto è una sensazione rassicurante. Chiudiamo gli occhi col sorriso. Lei aveva poco meno di tre anni e ne sapeva già abbastanza sull'amore per capire quanto fosse importante per vivere.

Così mi coricai al suo fianco, le diedi un bacio sulla guancia e la strinsi a me con delicatezza.
La sua testolina poggiava sulla mia e potevo sentire il suo respiro caldo che pian piano rallentava fino a raggiungere l'equilibrio. Una manina impugnava l'angolo del cuscino e l'altra aveva avvolto il mio indice sinistro. Mi teneva stretta come se non volesse che poi ad un certo punto me ne andassi.
Stavo così bene che sarei rimasta lì per sempre. Ricevere amore è di sicuro molto bello e appagante ma donarlo incondizionatamente è qualcosa di indescrivibile.

Poco dopo capii che si era addormentata e con tristezza mi staccai. Quanto era serena. Le spostai i capelli da quel piccolo viso e resistetti alla tentazione di baciarla ancora. Non volevo svegliarla proprio ora che era tanto tranquilla. Era entrata nel mondo dei sogni, un mondo interamente suo.

Immortalai quel breve istante di felicità attraverso le parole, perché non volevo che il tempo o qualsiasi altra cosa potesse portarmi via un ricordo tanto dolce.


dalle Ricordanze di Giulia

14.6.11

Fermati un attimo e pensa a te stesso

Domani non troverò il tempo per scrivere, perciò lo faccio adesso.
Sono esattamente le ore 22 e 17 minuti di un martedì sera qualunque e sento il desiderio di buttar giù poche, semplici parole.
Ultimamente penso troppo. O meglio, penso troppo in là. Dovrei dosare i miei pensieri e scomporli in tanti piccoli passetti da fare un poco alla volta. Mi preoccupo del futuro ma non del presente e questo è sbagliato.
Se continuo a pensare a quello che accadrà domani o dopodomani allora rischio davvero di non godermi l'adesso delle mie emozioni. Perciò ho deciso che il primo passo partirà da me.


Chi sono io veramente? 

Ecco, questo mi manca. Sono troppo presa da una vita frenetica e piena di impegni per fermarmi un attimo e cercare di realizzare a fondo chi sono, godermi la vita giorno per giorno, invece che pensare sempre e solo ad un futuro che non ho.
Voglio prendermi quell'attimo. Voglio rallentare il ritmo e riflettere.

Certo che so chi sono e qual è la vita che conduco, infatti ho anche provato a scrivere qualcosa su me stessa, come potete leggere nella pagina Chi scrive? di questo blog.
L'ho fatto per cercare di farmi conoscere e di dare una direzione, tracciare una sorta di mappa della mia vita. Però non sono soddisfatta. Sento di aver dimenticato qualcosa.
Non cose che gli altri devono sapere sulla sottoscritta, ma quei dettagli che io devo sapere.
Questi pensieri sono stati ispirati ieri dalla lettura di un post davvero interessante, scritto da Marta Traverso, autrice del blog Prove tecniche di sogni.

Scrivere di sé. 

Avete idea di quanto sia difficile scrivere di sé?
Si possono dire le solite cose, esattamente come ho fatto io: nome, cognome, carattere, passioni, pregi e difetti. Ma quali sono quelle piccole cose che mi piacciono e che rendono unica la mia persona? Non parlo di frasi stereotipate come: "odio l'ipocrisia e chi è maleducato, mi piace l'arcobaleno eccetera eccetera."
Intendo cose vere, reali, che si possono toccare con mano e che non siano comuni a tutti.

Marta scrive questo concetto che mi piace molto e che vorrei condividere con voi:

"Scrivere di sé vuol dire anzitutto imparare a conoscersi sotto una luce nuova. Ritrovare la propria capacità di percepire e percepirsi, ritrovare i propri ricordi, e incanalare tutto questo nel sapersi costruire come personaggio.
Questi concetti sullo scrivere di sé mi fanno pensare a come spesso cadiamo nella tentazione di scrivere sbrodolate sui fatti nostri che non necessariamente interessano a qualcuno, noi stessi inclusi
. Solo che non sempre ce ne accorgiamo. Trasformarci in personaggi, questa è la chiave."
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Ho utilizzato spesso questo blog per portare alla luce i miei ricordi, per incanalare le mie emozioni e cercare così di percepirmi.
A dire il vero uno degli intenti principali di questa pagina è proprio quello di scoprire chi sono attraverso le parole che fuoriescono dai miei pensieri. 
Devo dire che scrivere le mie "Ricordanze" è stata una delle cose migliori che potessi fare. Mi sono calata nel mio personaggio, e ricordando avvenimenti importanti del mio passato ho capito molte più cose di me stessa e della mia vita. 
Leggendo quello che scrivo riesco a comprendere il mio essere. 
Tutto ciò che è accaduto ieri ha fatto di me la persona forte e insicura che sono oggi e ho capito che non potrei mai e poi mai rinunciare a nessuna di quelle mie due parti, nemmeno in un prossimo domani!
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Per completare questa riflessione notturna ho deciso che cambierò un pochino la pagina di questo blog che riguarda appunto chi sono io. O meglio, la completerò. 
Quindi, su consiglio di Marta, ho scritto una lista di cose che mi piacciono e che non mi piacciono, giusto per cominciare a conoscermi meglio. Un po' come quella famosa scena del film "Il favoloso mondo di Amelie" pellicola che personalmente adoro. 
Avete presente? 




Ho riflettuto moltissimo e il lavoro è stato davvero difficile. Non credevo che comporre una lista simile sarebbe stato un compito tanto arduo. Io ci ho provato e questo, per ora, è il risultato:
d
A Giulia piace
  • il profumo di pulito delle lenzuola appena lavate
  • strappare la carta in tanti piccoli pezzi
  • annusare le pagine di un libro 
  • ritagliare dalle riviste le locandine dei suoi film preferiti 
  • collocare l'ultimo pezzo di un puzzle
  • tappezzare di promemoria la sua scrivania
  • ascoltare il silenzio delle montagne innevate 
  • ricevere un abbraccio affettuoso da un amico
  • guardare le stelle dopo aver trascorso una bella serata
  • sentirsi ancora una bambina salendo su un'altalena

A Giulia non piace
  • mangiare il gelato d'inverno
  • la sensazione dei capelli bagnati che si appiccicano sulla pelle
  • guidare la macchina durante un forte temporale
  • essere svegliata all'improvviso dal suono del telefono
  • toccare la resina di un albero
  • dare la colpa al cane e non al padrone
  • essere fissata quando entra in un locale
  • dover ascoltare due persone che litigano
  • ricevere pizzicotti sulla pelle 
  • essere in ritardo per pura pigrizia

Adesso sono le ore 23 e 55 minuti. Direi che per questa sera posso concludere anche qui. 


Giulia


28.5.11

Ricordanze - La marionetta


Il cuore batte con violenza nel mio petto facendo tremare le fondamenta della mia anima.

Sono dietro le quinte e non riesco a realizzare quello che sta succedendo. 
C'è un vortice di persone che mi sfreccia accanto e il tempo sembra passare lento e veloce contemporaneamente. Perdo il senso della realtà. Tutto appare sfuocato. 
Il vociare della sala mi fa capire che i posti sono occupati. La mia famiglia, i miei amici. 
Non potrei volere niente di più, la vita sembra perfetta così com'è. 

Vedo il palco, i microfoni e gli strumenti sono posizionati, i capelli e il trucco in ordine. 
Mi guardo allo specchio e cerco di convincere il mio riflesso che questo è il momento che sto aspettando da quando ho memoria. Lei mi osserva, sorride beffarda e mi scruta gli occhi invadendo i miei spazi. Vuole la mia dignità, lo sento. Vuole le mie certezze, lo percepisco. No, non le darò questa soddisfazione. La paura dovrà arrendersi perché io oggi non lo farò. La mia bocca risponde a quel sorriso, le volto le spalle e torno in mezzo a quel frastuono di luci e colori. Quello è il mio posto. 

Lo spettacolo ha inizio e gli applausi riempiono di calore e di aspettative il teatro. 
Attendo il mio turno con un'infinita pazienza. Voglio cantare e voglio farlo adesso. 
La mia voce si sente in gabbia e scalpita come un cavallo indomabile, ormai tremo dalle dita dei piedi alle punte dei capelli, ho lo stomaco sottosopra e comincio a sudare. 
Maledetta, adorabile, irresistibile emozione. Mi tieni prigioniera fra le tue braccia, tanto salde che non mi lasceranno mai andare. Non farlo ti prego. Il tuo abbraccio è sincero e accogliente. Mi lascio cullare da quel tremore e in un lampo capisco quanto sia importante per me sentire il cuore che batte a quella velocità. Vuol dire che sono viva, vuol dire che sto assaporando ogni attimo come se fosse l'ultimo. Non mi lascio soffocare, al contrario, respiro a pieni polmoni lasciandomi travolgere da quella spirale di sensazioni. 
Gioia, amore, stupore, ansia, allegria, speranza. 

Salgo su quel palco e senza accorgermene ho già il microfono tra le mani. Le luci colorano l'atmosfera, il fumo mi avvolge e la musica parte. Sono io, sono lì, davanti ad un pubblico in attesa. Non posso più tornare indietro. Devo continuare e mettere a nudo la mia voce, farla danzare su quelle note senza esitazioni. Un fiume in piena che sgorga impetuoso dalla mia gola. L'acqua non si può fermare così come il suono delle corde vocali che si infrange nella mia bocca per poi invadere tutto quello che mi circonda. 

Sento la melodia e la sintonia che si crea con gli strumenti che mi accompagnano. 
Un'orgia musicale sbaraglia qualsiasi incertezza. Il ritmo prende possesso dei miei movimenti: sono una marionetta nelle dolci mani della dea Musica. 
Il palco è mio per pochi minuti e mi godo quel momento esattamente come ho sempre desiderato. La mia voce esce pulita e intonata, la paura sparisce delusa, l'emozione mi aiuta con orgoglio. Canto con tutta l'anima, canto con il cuore, canto con forza, canto per me stessa e per le persone che mi vogliono bene. 

La felicità nei loro volti. 
Questo è quello che conta davvero. 
Questo è quello che per cui vale la pena lottare. 


Dalle Ricordanze di Giulia

9.3.11

Ricordanze - Come una tigre


Mentre guardavo fuori dal finestrino ancora non mi rendevo conto di quello che sarebbe successo dopo qualche ora, ma soprattutto delle conseguenze che avrebbe scatenato nella mia vita quella giornata così uggiosa.
Non avevo aspettative perché era la prima volta che affrontavo una gara di quella portata, una gara con me stessa, e non ero affatto sicura di quello che stavo per fare.
Ricordo che quando entrai in quella palestra tutto sembrava enorme, o forse ero io ad essere troppo piccola per poter vedere il mondo nella maniera più adatta.
Una marea di persone affollavano le gradinate e un esercito di bambini si stava preparando per quella che sarebbe stata un'interminabile giornata. Presi la mia borsa e mi recai nello spogliatoio.
Indossare il kimono è sempre stata una cosa che mi piaceva da morire fin dalla prima volta che lo misi. Allacciarlo con cura, sistemare le pieghe delle maniche e mettere la cintura nel modo giusto per poi stringere il nodo con forza. Tutte piccole operazioni che mi preparavano a quello che veniva dopo, una sorta di rituale come garanzia per un buon allenamento.
Un guerriero deve essere sempre in ordine, sempre sicuro di sé quando affronta un ostacolo.

Cominciai ad agitarmi quando mi mescolai alla folla di bambini e ragazzi che intasavano ogni angolo di quella palestra e facevo pure fatica a respirare visto il tanfo che proveniva da centinaia di piedi scalzi che continuavano a zampettare da tutte le parti.
Dopo il saluto venimmo divisi in categorie e in ordine di cintura ma nonostante avessi solo undici anni e fossi ancora un' insignificante cintura bianca riuscii a gareggiare solamente quattro ore dopo il mio arrivo. Un'attesa che mi parve infinita, tant'è che quando giunse il mio momento ero già stanca. Ero quasi arrivata a pensare che non ne valesse la pena, che stavo sprecando il mio tempo, finché non accadde qualcosa che mi fece cambiare rapidamente idea.

La mia prova consisteva in un unico e semplice kata, una riproduzione "a vuoto" di tecniche, una sorta di coreografia marziale. Il mio nemico era invisibile e io dovevo convincere i giudici che in realtà lo avevo ben presente davanti ai miei occhi e che con le mie mosse perfette e potenti lo avrei sbaragliato senza timore.
Chiamarono il mio nome e sentii subito le vene espandersi, il cuore batteva all'impazzata e avevo paura che qualcuno potesse notare il color pomodoro della mia faccia inondata di calore.
La situazione era abbastanza umiliante da un certo punto di vista. Tre persone sono li per giudicarti, per dirti quanto fai schifo di fronte a migliaia di genitori che ti guardano e sperano che tu possa sbagliare per far vincere il proprio figlioletto.

Mi misi al centro del tatami, mi inchinai per fare il saluto e istintivamente chiusi gli occhi.
Sentivo una confusione tremenda e temevo che non mi sarei mai concentrata con tutto quel rumore. Svuotai la mente, immaginai di essere sola e cercai di tirare fuori più energia possibile.
Nel preciso istante in cui mi sentii veramente pronta partii come un razzo. Le gambe e le braccia già sapevano qual era il loro compito e ad ogni passo le mie grida mi aiutavano nello sforzo e mi facevano sentire viva come mai mi era capitato prima di allora.
Le mie mani erano bollenti e percepivo lungo tutto il corpo una scarica elettrica che mi teneva in piedi nonostante fossi fisicamente ed emotivamente distrutta.

Eravamo in trenta nella mia categoria e dovetti aspettare che tutti gareggiassero. Solo otto sarebbero passati alla seconda fase della gara e il mio nome venne chiamato inaspettatamente. Ci fecero ripetere la prova e di nuovo sentii quella forza che spuntava da non so dove.
Chiedevo a me stessa come fosse possibile che il mio corpo così piccolo e apparentemente fragile potesse produrre una tale energia. Era come se dentro di me ci fosse una tigre sempre pronta ad attaccare la sua preda. 

Alla fine i giudici ci misero in fila e nominarono i vincitori di quella competizione.
"Al terzo posto si è classificata.. Giulia Giarola".
Bastarono queste poche parole per farmi uscire un vomito di calore che mi sciolse le vene del viso e le orecchie in un istante si incendiarono. Incredula feci un passo in avanti, mi girai un attimo verso il mio maestro per capire se stesse accadendo tutto per davvero e lui mi sorrise, non un semplice sorriso, ma uno di quelli che ti fanno capire che una persona è veramente fiera e orgogliosa di te. Stavo quasi per scoppiare a piangere di gioia e a stento riuscii a trattenermi.
Andai verso i giudici che mi strinsero le mani e chinai leggermente il capo per farmi indossare la medaglia di bronzo. Seguirono un'infinità di baci e abbracci e la felicità che provai in quel momento non è paragonabile a nulla, perché fu un evento che mi cambiò totalmente la vita e stravolse le mie convinzioni.

Da quel giorno capii che potevo avere tutto quello che volevo se mi fossi impegnata, capii quanto valore avesse quell'incredibile forza che avvertivo fin dentro la mia anima, capii di essere un guerriero, capii di essere una persona vincente. Quella fu la prima di una lunga serie di vittorie che non potrò mai dimenticare. Sono veramente fiera dei miei ricordi...


Dalle Ricordanze di Giulia



10.2.11

Ricordanze - Il punto di non ritorno


Ero agitata, estremamente agitata.
Lo stomaco sottosopra, le unghie ormai sparite e le mani gelide avvolte nel sudore. 
Mi guardai freneticamente a destra e a sinistra cercando di cogliere cenni di tranquillità e di controllo. "Se lo fanno tutte queste persone puoi farlo anche tu" continuai a ripetermi.
La mia mano sinistra strinse la mano destra di Mirko, o meglio, la stritolò. Erano due mesi che in qualunque modo tentava di tranquillizzarmi, invano. 
Mi trovavo nel punto di non ritorno, da lì non potevo più scappare. Era giunto il momento di affrontare la mia più grande paura. Prima però torniamo indietro di qualche mese. 

Era una bellissima serata di fine settembre, quando il caldo concede gentilmente le ultime gocce di calore per poi sparire e lasciar posto al gelo. Mirko mi disse che aveva una sorpresa per me, il regalo del mio compleanno in anticipo. Per i miei vent'anni egli mi donò due biglietti aerei: una settimana di vacanza a Londra, e questo aveva un significato molto particolare perché lui sapeva quanta ansia mi mettesse il fatto di non aver mai preso l'aereo. Egli perciò mi diede la possibilità di affrontare e sconfiggere la mia paura. 
Un'occasione che non avrei perso per nulla al mondo. 
Credo che quella sia una serata che mai potrò scordare in vita mia, un ricordo indelebile, perché provai una felicità assurda, il cuore mi stava esplodendo nel petto e la notte non riuscii a dormire visto che continuai a sorridere per ore come una scema. Ironico vero? Avevo avuto una paura fottuta per anni eppure in quel momento non me ne fregò più niente. Molte persone sarebbero state terrorizzate al posto mio, io no. Ero solo felice di poter fare quella cosa perché avevo qualcuno che mi sarebbe stato vicino. 
Mi ricordo che ci abbracciammo forte, ricordo che le mie lacrime scaldarono il mio viso e i suoi baci erano dolci e rassicuranti come a volermi dire "non ti preoccupare, io resterò al tuo fianco, non aver paura". 

Avevo avuto poco più di due mesi per prepararmi al grande evento. Il primo giorno dell'anno la partenza era fissata per il pomeriggio e cominciai a sentire l'agitazione appena sveglia dopo una notte di baldoria con gli amici. Avevamo paura che ci fossero dei problemi in aeroporto visto che c'era un metro di neve sulle strade. 
Fortunatamente quando arrivammo al Catullo tutto era normale. Potevamo partire.
La mia memoria ricorda perfettamente quello che successe dopo aver fatto il check-in. Eravamo seduti vicini aspettando che chiamassero il nostro volo e ogni volta che l'altoparlante annunciava una partenza scattavo in piedi come una marmotta. Prima o poi avrei fatto un infarto se non mi fossi calmata. Perché avere paura? Non lo so, non sono mai riuscita a spiegarmelo del tutto, forse mi spaventava il fatto di non avere il controllo della situazione nel momento in cui sarei stata a diecimila metri d'altezza. O forse l'ansia verso qualcosa di completamente sconosciuto e il terrore che non mi sarebbe piaciuto.
Fatto sta che nel giro di poco chiamarono il nostro volo, Mirko non lasciò mai la mia mano e salimmo insieme sulla navetta che ci portò davanti all'aereo. Era piccolo. Decisamente piccolo. Quasi più piccolo dell'autobus che tutte le mattine mi portava a scuola. 
Quando salii le scalette ed entrai dissi a me stessa "tu non soffri di claustrofobia, forza e coraggio". I nostri posti erano praticamente quelli più in fondo di tutti. Mi misi accanto al finestrino perché subito mi sembrò una buona idea ma appena mi sedetti me ne pentii, perché si stava stretti e sentivo le pareti dell'aereo che mi schiacciavano. Possibile che quella scatola di sardine ci avrebbe portato in cielo a migliaia di chilometri dalla Terra? Stavo sudando freddo, se non avessi avuto Mirko al mio fianco sarei sicuramente scappata.

Passarono alcuni minuti e la paura non diminuì. Arrivarono persino degli addetti ai lavori per sghiacciare le ali, il che mi mise ancora più ansia. Ad un certo punto l'aereo si mosse: il fatto di muoversi rese più reale la situazione e questo non so come mi calmò. Mi stavo quasi divertendo, mi girai verso Mirko e sorrisi. Subito dopo però non ero più così felice. 
L'aereo cominciò la sua corsa e prese una velocità impensabile, una sensazione che mai avevo provato né immaginato prima. Per la paura chiusi gli occhi in attesa che tutto finisse appena possibile e poi ecco che spiccammo il volo. Credo di avere ancora oggi lo stomaco al posto dell'intestino ma non importa perché fu favolosamente magico. 
"Apri gli occhi sciocca!" mi disse Mirko. Io lentamente li aprii. Pazzesco, nel giro di pochi secondi eravamo in mezzo alle nuvole e l'aereo ci mise pochissimo a stabilizzarsi. 
Era la cosa più incredibile che avessi mai provato in vita mia. Dall'oblò riuscii a vedere la cima di tutte le montagne che stavano sotto di noi e le nuvole sembravano panna montata. 
Il cielo non era mai stato così bello, ed era sicuramente lo spettacolo più splendido che avessi mai avuto occasione di vedere con i miei occhi. In quel momento mi resi conto di quanto può fare l'uomo, dell'intelligenza che ha spinto certi uomini a creare una macchina così perfetta, così stupefacente da poter portare un essere umano in cielo. 

La sensazione che provai a stare in aria era davvero meravigliosa, al punto che non mi ricordai più perché prima avessi avuto tanta paura. 
"Voglio girare il mondo insieme a te" dissi a Mirko mentre sorvolavamo chissà quale luogo. Lui mi sorrise dolcemente e poi si addormentò dalla stanchezza.
Mi girai verso il finestrino e non riuscii più a staccare gli occhi dall'orizzonte. 


Dalle Ricordanze di Giulia


3.2.11

Ricordanze - Un amore inaspettato


Jacopo e Giulia (2006)

A mano a mano che cresci, impari ad amare persone diverse in modi diversi. 
Generalmente prima di tutti gli altri ami tua madre, perché lei è il primo essere umano che ti vede, che ti abbraccia e che ti nutre, poi ami il padre perché ti difende e ti insegna cose importanti, infine ami il fratello o la sorella perché diventano i tuoi primi compagni di giochi e ti sono leali. Io nacqui con parto cesareo e chi mi prese in braccio, dopo l'ostetrica, fu mio padre. Mia madre la vidi solo il giorno dopo e lei mi odiava a morte. Non mi sopportava perché era stremata dall'operazione e dall'anestesia, ma quando mi prese in braccio e vide il mio sorriso si ricordò di essere innamorata di me.
Dopo la tua famiglia più stretta impari a voler bene ai nonni, persone così affettuose da assomigliare a dei cuccioli di cane per via del loro amore incondizionato. Potresti fare qualsiasi cosa che loro comunque ti amerebbero perché sei il frutto del loro frutto. Loro ti viziano e ti coccolano e tu li ami da morire per questo. Sono come un'enciclopedia vivente e dispensano esperienza da tutti i pori. 

Io sono una zia. Per la precisione lo sono di due piccole pesti. Diciamo che mi sento più una sorella maggiore però visto che del primo lo ero già a 17 anni e della seconda a 20. 
Ed è di questo che vorrei parlare, dell'amore smisurato che si può provare verso i figli di una delle persone più importanti al mondo per te. E' un legame straordinariamente complicato ma che, se coltivato, può dare delle soddisfazioni davvero incantevoli.
Il giorno in cui nacque il mio primo nipote io mi trovavo a scuola ed ero eccitatissima quando ricevetti la chiamata che aspettavo ormai con ansia da un momento all'altro. L'attesa in ospedale durò 12 ore. 
Io, i miei genitori e la famiglia di mia cognata avevamo allestito una specie di campo profughi nel corridoio accanto alla sala parto, e balzavamo in piedi al minimo rumore per capire come fosse la situazione. Sinceramente non avevo idea di cosa aspettarmi, perché non sapevo affatto cosa si prova quando nasce il proprio nipote. 
Credevo che non sarebbe cambiato nulla, però nel mio cuore ero felice e bastò quella piccola certezza a farmi capire che tutto sarebbe andato nel migliore dei modi.
Mancava poco ormai ed eravamo tutti molto agitati. Poi finalmente mio fratello aprì la porta e disse: "E' nato". Subito dopo si sentì un piccolissimo pianto. L'emozione era palpabile nell'aria e io ero stranamente agitata, forse pensavo che da un momento all'altro sarebbe sbucato un alieno tentacoloso al posto di un bambino. 
Pochi minuti più tardi l'ostetrica spinse fuori dalla sala parto un carrellino con all'interno un batuffolo rosa. Era talmente bello quel bambino che subito mi spaventai. Ma come, non sono tutti orrendi i bimbi appena nati? Lui no, se ne stava raggomitolato sotto la copertina con quegli occhioni sbarrati a fissare tutte quelle persone che gli stavano intorno e che piangevano di gioia. Io ero rimasta sbalordita da tanta bellezza. La sua pelle era incredibilmente morbida, distesa e senza neanche un rossore. Era perfetto. Pochi capelli biondi gli incorniciavano quel visino che se avessi potuto me lo sarei mangiato. Che creature meravigliose che sono gli esseri umani appena nati, così indifesi, così bisognosi di cure, allucinante poi quanto si cambia col passare del tempo.

Amai da subito quel cosetto morbidoso. Lo amai perché non avevo mai visto mio fratello così felice prima di quel momento e mi innamorai di mio nipote attraverso gli occhi di quel ragazzo diventato uomo così in fretta. 
Quel corridoio si riempì d'amore e di felicità quella notte. Il mondo sembrava davvero il luogo più bello sul quale poter vivere perché ci sentivamo tutti molto uniti. I momenti brutti e tristi svanirono come d'incanto alla vista di quel bambino così bello che con la sua magia aveva reso speciale le nostre vite. 
Oggi Jacopo ha cinque anni e sua sorella ne ha quasi due. Amo quei bambini ogni giorno di più come se fossero figli miei. La loro purezza e semplicità mi fa capire come dovrebbe essere il mondo in realtà e anche se un giorno ci allontaneremo io sarò sempre presente per difenderli e stargli accanto. Voglio essere una zia speciale per dei bambini che hanno reso straordinaria la mia vita. 


dalle Ricordanze di Giulia

24.1.11

Ricordanze - Un cane per amico

Shiro (1994 - 2007)

Non ho moltissimi ricordi di quel periodo, ma quei pochi che tengo stretti nella memoria sono felici e spensierati. Avevo sei anni e fu sicuramente il giorno più bello di tutta la mia infanzia. Quella mattina mio padre e mio fratello mi portarono a vedere una cucciolata di tenerissimi e batuffolosi cagnolini bianchi.
Il giorno in cui la tua famiglia decide di prendere un cane credo che sia il momento più eccitante in assoluto nella vita di un bambino.
Erano tutti bellissimi, pronti ad aspettare un nuovo padrone. Non potevo credere che uno di quei "cosini" sarebbe appartenuto a me, che io mi sarei presa cura di un essere così dolce e bisognoso d'affetto. Alla fine scelsi il cucciolo più scatenato e rompi scatole fra tutti. Era bianco come la neve e la punta delle sue orecchie era color biscotto.
Era un Samoiedo, ed era tutto mio. Lo chiamammo Shiro.

Quel cane fu il mio compagno di giochi più fidato e crescemmo insieme. 
Da cuccioli diventammo entrambi adulti. Sempre inseparabili.
Quando tornavo a casa da scuola lui era pronto ad aspettarmi e a far festa per il mio ritorno. Quando andavamo in vacanza e io mi addormentavo in auto lui mi svegliava annusandomi dolcemente il viso non appena si intravedeva la strada di casa.
Giocavamo e correvamo insieme come dei fratelli, ma di due specie diverse. Era sempre felice e quel suo amore incondizionato mi faceva sorridere in ogni momento della giornata. Accanto a lui era impossibile essere tristi. I suoi occhi trasmettevano di continuo solo gioia di vivere e un infinito affetto da voler donare alla sua nuova famiglia.

Quando un essere umano cresce cambia inevitabilmente. Un cane no. Lui resta un cucciolo per tutta la durata della sua vita.
Nel momento in cui passai dall'infanzia all'adolescenza il nostro rapporto cambiò.
Shiro aveva bisogno di me nello stesso modo di sempre, mentre io lo cercavo ormai di rado pur volendogli comunque un bene infinito. Mi bastava la sua presenza, sapevo che c'era in qualunque momento lo avessi desiderato. Mille impegni, mille cose per la testa.
Il suo posto nella mia vita si faceva sempre più stretto senza che io me ne accorgessi, e solo ora capisco quanto possa aver sofferto nel vedersi escluso dal mio mondo ogni giorno di più. Mi vedeva crescere ma non aveva la capacità per potermi urlare "resta con me, non te ne andare".

Oggi però scrivo per ricordare la sua morte.

Da tempo era malato, la vecchiaia aveva accelerato il suo corso e sembrava decisa a portarlo via da me. Troppo debole e troppo vecchio per poterlo operare, assistevo ogni giorno al bagliore che si allontanava dai suoi occhi. Io facevo finta di niente, come se fosse lo stesso cane di sempre. Esteriormente aveva quell'aspetto da cucciolo che tanto amavo, ma quando lo guardavo attentamente vedevo con chiarezza la paura che lo avvolgeva. Era cosciente di quello che gli stava capitando, ne sono sicura.
Camminava a stento perché le sue zampe non reggevano più il peso del suo corpo. Eppure quando mi vedeva arrivare la sua coda scodinzolava freneticamente come a volermi dire "finalmente sei qui, ho tanto bisogno di te". Allora restavo con lui per un po' e lo accarezzavo dolcemente facendolo calmare tra le mie braccia.

Accadde in fretta. Una mattina tornai da scuola e nessuno venne ad accogliermi al mio ritorno. Uscii in giardino in cerca di un suo abbaio, di un cenno di vita. Tornai in casa e mia madre mi spiegò che durante la mia assenza avevano dovuto portarlo d'urgenza dal veterinario, perché si era morso la lingua e aveva perso molto sangue.
Capii che non l'avrei più rivisto. Non ci eravamo nemmeno salutati. Non ci fu un addio.
Ho sempre interpretato quel gesto come una sorta di suicidio. Sapeva che io non c'ero e lui decise di andarsene proprio in quel momento perché non voleva che lo vedessi morire. Sarebbe stato troppo doloroso e lui fu più intelligente di me a capirlo.

Mi manca nelle piccole cose, mi manca quotidianamente. In fondo 13 anni insieme non sono pochi... e la sua assenza ogni tanto si fa viva dentro di me. 


dalle  Ricordanze di Giulia

12.1.11

Ricordanze - Una donna in rinascita



Quel giorno facemmo l'amore. Avevo diciassette anni. Troppo piccola per capire certe cose, certe situazioni più grandi di me. Ero innamorata, almeno, sembrava che lo fossi. Come tutte le adolescenti sognavo di vivere una relazione perfetta accanto ad una persona che sapevo benissimo non essere così perfetta come appariva.
Era strano, diverso dal solito. Freddo e distaccato come non lo era stato mai.

Io, tremendamente gelosa, cercavo di non essere troppo possessiva per la paura di perderlo. Mi sentivo come un burattino tra le sue mani: usata. A volte percepivo il suo amore verso di me, altre decisamente no.
Soffrivo da morire nell'incertezza della solitudine. Perché più di ogni altra cosa temevo di restare sola, e questo timore mi spingeva a restargli accanto più dell'amore stesso. Avrei fatto di tutto per lui, anche soffrire in silenzio.
Quel giorno feci una cosa che forse non avrei dovuto fare, ma che ora sono sicura sia stata la cosa giusta per me; altrimenti non avrei mai scoperto il velo di bugie che stava lentamente soffocando i battiti del mio cuore.
Lui non avrebbe mai avuto il coraggio di dirmelo e avrebbe semplicemente fatto finta di niente. Il solo pensiero che avrei potuto non scoprire il male che mi stava facendo alle spalle, mi fa venire i brividi ancora oggi.

Restai per qualche minuto impietrita. Immobile. Non vedevo più niente, ero cieca.
Le lacrime invasero i miei occhi, le mie guance, la mia bocca. Mi mancò il respiro.
Il cuore mi scoppiava in petto eppure allo stesso tempo non riuscivo più a sentirlo battere. Ero contemporaneamente viva e morta.
Sentivo che la mia vita, in un colpo solo, stava affondando. Tutto cominciò a crollare.
Da quel giorno pian piano cominciai a svuotarmi di ogni sentimento, finché dentro di me non rimase più nulla. Ero un corpo senz'anima.
Tanto forte fu il dolore che subito non mi accorsi dell'enorme sbaglio che feci nel perdonarlo. In quel momento la mia paura sembrò avere la meglio, perfino paragonata a quell'immensa sofferenza che mi stava divorando.
Non avevo altro al di fuori di lui. Così mi sembrava. Non riuscivo a percepire tutta la vita che in realtà mi stava circondando e preferii restare accanto ad una persona che fingeva di amarmi piuttosto che restare sola.
Ero una ragazza piena di paure e insicurezze. Una ragazza che crescendo diventò sempre più forte. Una ragazza che col tempo capì i suoi sbagli. Una ragazza che decise di prendere in mano la sua vita e dare una svolta a tutto.

Diventai donna il giorno in cui cominciai a rispettarmi. Diventai donna quando finalmente trovai il coraggio di chiedermi cosa veramente volessi da questo mondo. Diventai donna nel preciso istante in cui decisi che non avrei più accettato quel tradimento che mi distrusse l'anima. Meritavo molto di più. Pezzo dopo pezzo ricostruii quel che rimaneva di me.
Diventai donna nel momento in cui capii che essere sola era decisamente meglio che restare avvinghiati ad un passato morto e sepolto. Lui non avrebbe mai più toccato il mio corpo, non avrebbe più annusato il mio profumo, non avrebbe più accarezzato i miei capelli. Era sporco di un'altra donna che non ero io.
Dopo troppo tempo mi resi conto era che arrivato il giorno di crescere e decidere cosa fosse meglio per me.

Fu in quei giorni di rinascita che lo incontrai. Nel momento più difficile della mia vita lui bussò alla mia porta e dolcemente s'insinuò nella mia esistenza.
Come un fulmine a ciel sereno, come un arcobaleno dopo la tempesta, come l'ultimo raggio di sole alla fine di una giornata, lui sconvolse le mie priorità. Capii che stavo cominciando a vivere solo adesso che finalmente l'avevo incontrato.
Lui mi diede la possibilità di riscattarmi. Lui capì il mio dolore e mi aiutò a superarlo. Lui mi donò la fiducia che avevo perso. Lui mi diede la protezione che da sempre stavo cercando. Era esattamente la persona che desideravo avere al mio fianco. Un uomo sincero.

Ero una donna quando incontrai l'Amore vero.


dalle Ricordanze di Giulia

9.1.11

Ricordanze - La stanza vuota

Amalia - Giulia - Mirko
Mentre mia madre e mia nonna parlavano in salotto, io finsi di andare al bagno.
Non so il perché. Scivolai lungo il corridoio di quella vecchia casa così familiare e mi ritrovai davanti ad una porta di legno bianca. Alzai lo sguardo. Era la sua camera. Non ricordo nemmeno più quanto tempo era passato dall'ultima volta che vi ero entrata. Appoggiai lentamente la mano sulla superficie, e al tatto riuscii ad avvertire il vuoto che c'era all'interno di quella stanza. La porta era incredibilmente fredda: quel gelo che ti avvolge quando tocchi qualcosa che ha perso la vita. 
Afferrai la maniglia ed entrai con lentezza, quasi avessi paura di disturbare.
L'aria era polverosa e sapeva di antico. Respirai profondamente e malinconici ricordi mi avvolsero, mi tolsero il fiato. Lui non c'era, ma ogni cosa aveva il suo odore, il suo sapore. I libri erano lì dove li aveva lasciati. Il letto, l'armadio, la sua collezione di musica classica. Il tempo sembrava essersi fermato di colpo.
Ciascuna cosa era al suo posto ma tutto era tetro e ricoperto di polvere, come se fosse un luogo dimenticato da molti anni. Eppure lui era presente nella mia testa, nei miei pensieri, nel mio cuore. Io non l'avevo dimenticato, era vivo dentro di me.

Uscii da quella camera perché non sopportavo più la vista di tanti ricordi.
Chiusi delicatamente la porta dando un'ultima occhiata ai quadri appesi alle pareti ingiallite. Subito dopo mi recai in cucina, non volevo che mia madre notasse la malinconia che aveva velato il mio sguardo, così evitai il salotto.
Su una mensola notai una foto che con curiosità presi tra le mani. Mia nonna e mio nonno stavano mangiando il gelato, non erano in posa. Sembrava che quello scatto di vita fosse stato rubato a loro insaputa. Erano spontanei e allegri, ma soprattutto spensierati. Le lacrime che portavo dentro non bagnarono il mio viso. Non uscivano, non trovavano lo sbocco necessario per liberarsi. Il mio dolore restava intrappolato, inesorabilmente.

Il padre di mio padre era una persona austera e poco affettuosa. Nonostante ciò, io lo amavo. Gli volevo bene perché mi aveva trasmesso dei valori che non potrò mai dimenticare. Lo ammiravo per la sua saggezza. Lo ascoltavo per capire cose che solo lui poteva insegnarmi. Quando mi raccontava con passione il libro che in quel periodo stava divorando, io ne rimanevo totalmente rapita.

Ricordo ancora la notte in cui se ne andò. Solo qualche lacrima improvvisa, poi il dolore decise che era giusto che io soffrissi in silenzio. Piangevo dentro di me perché lui non c'era più. Piangevo senza farmi vedere né dagli altri né da me stessa. Ero sola in mezzo a quel mare di sofferenza. Sentivo che nessuno avrebbe potuto capirmi, solo lui era in grado di farlo.
Era già un po' di tempo che non lo vedevo, mi rifiutavo di guardarlo morire. Non andai a trovarlo quando stava male e non ci andai nemmeno dopo che morì. Non ne avevo il coraggio, volevo solo ricordarlo a modo mio, severo e deluso dalla vita, ma sempre col sorriso quando bussavo alla sua porta. Non poteva essere morto, perché lui era vivo. Dentro di me il suo ricordo era incessantemente pulsante di vita.


dalle Ricordanze di Giulia

8.1.11

Le pagine della mia vita - Ricordanze


Ho un rapporto strano con le ore della notte. Le amo e le odio.
Le amo quando sono stanca morta e ho il desiderio di farmi una dormita obesa, le odio quando non ho sonno e vorrei che fosse già giorno.
Una cosa che però non capirò mai completamente, è il motivo per cui proprio di notte mi venga l'ispirazione per scrivere. Anche per questo amo la sera.
Quando non sono stanca e le mie mani scorrono veloci sulla tastiera del computer, allora sì che sarà una notte quasi perfetta, di quelle che piacciono a me.
Ed è ciò che mi è capitato circa 9 ore fa. Erano le una passate e non riuscivo a smettere di scrivere nonostante gli occhi cominciassero a crollare. Mi è balenata un'idea su un nuovo ciclo di racconti che potrei sviluppare.
Ho deciso di prendere alcuni miei ricordi e di "romanzarli", come se fossero delle memorie che compongono le pagine del libro della mia vita. E le chiamerò Ricordanze, titolo scelto appositamente per citare un certo Giacomo Leopardi, uno dei poeti che amo di più. Non avranno un ordine cronologico, saranno momenti di vita presi un po' a caso e un po' per ispirazione.
Mi si è accesa la lampadina mentre ieri pomeriggio ero a casa di mia nonna.
Quelle stanze trasudano ricordi e ho pensato che sarei potuta partire proprio da lì, raccontando qualcosa di mio come se fosse parte di un romanzo.
Lo so che è un'idea un po' contorta, ma forse capirete meglio quando pubblicherò la prima ricordanza. E' un altro modo per me per fare pratica, e per sviluppare sempre di più la scrittura, cosa che adoro a dismisura.
Così ieri sera ho passato quasi 3 ore scrivendo e cancellando, riscrivendo e meditando. Si vede che il silenzio e la pace della notte aiutano il mio cervello a riflettere, e mi sento più tranquilla.
Presto pubblicherò la prima pagina, appena avrò finito di perfezionarla. Ah, ovviamente sarà un lavoro che dedicherò nel tempo libero e saltuariamente.
Nel frattempo state sicuri che scriverò anche qualche altra cavolata.


Giulia